La robotica: un aiuto per la diagnosi ed il trattamento dei disturbi dello spettro autistico

I disturbi dello spettro autistico (ASD), che coinvolgono lo sviluppo neurologico, possono interessare diverse aree; principalmente quelle del linguaggio e della comunicazione e quelle legate alle interazioni sociali ed emotive. Ovviamente non esistono comportamenti identici per ciascun paziente, poiché essi dipendono essenzialmente dalla gravità della disabilità, che risulta direttamente proporzionale alla limitazione dell’autonomia del soggetto nella vita quotidiana.

Si possono però individuare delle difficoltà generali che, con buona possibilità, investono la maggioranza dei bambini e dei ragazzi affetti da tali condizioni, come: la difficoltà o l’incapacità legata alla comunicazione e ad intrattenere rapporti sociali; a comprendere il pensiero ed in particolar modo i comportamenti altrui, che spesso genera delle risposte insolite ed inaspettate a causa dell’errata codifica dei gesti o dei segni facciali; la presenza di routine o rituali eseguiti in maniera rigida; l’uso di oggetti o di un linguaggio ripetitivo e stereotipato. Tali comportamenti vanno poi evolvendosi con la crescita, durante la quale, una volta ottenuta la diagnosi, è opportuno che si segua una terapia precoce che, accanto a programmi scolastici specifici, al coinvolgimento dei genitori e ad un’adeguata assistenza medica, porti alla riduzione dei sintomi e alla possibilità di una sempre maggiore autonomia del bambino.
Nell’ambito degli strumenti utili per il miglioramento degli aspetti comunicativi e sociali, studi recenti hanno dimostrato come i robot possano apportare un significativo contributo positivo.
Tra i punti di forza di un compagno robotico ritroviamo sicuramente quello di avere un comportamento prevedibile e sempre identico ogni qual volta si presenta lo stesso stimolo, cosa non sempre attuabile da un essere umano; la semplice risata può essere più o meno fragorosa, essere accompagnata da gesti del capo o delle mani e da variazioni nello sguardo, tutti codici complessi che non sempre il bambino autistico può riconoscere e decodificare. Inoltre, tramite azioni semplici, si tenta di applicare una sorta di contagio viso-motorio; il robot svolge un’azione in modo ripetitivo stimolando i neuroni specchio e attivando nel bambino l’emulazione. Lavorare sulla sfera motoria potrebbe stimolare anche quella sociale che ne risulta strettamente connessa.
Numerosi sono gli strumenti che la robotica mette in campo per aiutare chi è affetto da questi disturbi, come ad esempio Moti, una palla robot prodotta dalla Leka. A primo impatto sembra una palla giocattolo, ma in realtà può interagire parlando, mostrando espressioni facciali ed immagini tramite uno schermo ed emettere suoni e colori. Inoltre grazie ad un app genitori e medici possono monitorare le attività e i progressi compiuti.

 

I robot umanoidi, come lo stesso Nao, lavorano in maniera ancora più specifica sul movimento, cercando di creare un ponte tra il bambino ed il resto del mondo.
Il fatto che sia un essere inanimato e non un essere umano a svolgere le azioni o a richiedere l’attuazione di determinati compiti permette al soggetto affetto da autismo di ritrovarsi in un rapporto prevedibile, che rappresenta il suo ambiente ottimale per rilassarsi ed apprendere. Infatti è stato evidenziato che il robot funge da catalizzatore dell’attenzione del bambino, che si sente rassicurato perché, a differenza dell’uomo, il robot compie un’azione per volta senza confonderlo con troppi input. Per Nao è stato elaborato un software specifico, chiamato Ask Nao, realizzato in collaborazione con il Centro Autismo dell’Università di Birmingham, e pensato per stimolare bambini e ragazzi con attività didattiche e ludiche che mirano allo sviluppo della comunicazione verbale e non.
Le sedute di terapia robot-assistite hanno un approccio differente a seconda dell’età e del grado del disturbo. Per i bambini, per esempio, prevedono che il terapista mostri delle flashcard, ad esempio associate alle emozioni, le quali verranno poi riproposte da Nao, verificando quali sono le reazioni del bambino, ma non solo, si spinge il paziente alla riproduzione dei movimenti e all’esplorazione del corpo del robot. Secondo numerosi terapisti riuscire a coinvolgere un bambino autistico anche per pochi secondi rappresenta un ottimo risultato.

 

Per ogni paziente non c’è però un'unica ricetta, ma le attività vanno individuate e calibrate singolarmente. Dai dati emersi c’è però buona speranza che questi sistemi possano portare ad un effettivo miglioramento delle capacità e delle abilità dei bambini colpiti da tali disturbi.
Inoltre è evidente che i robot sociali permettono ai soggetti affetti da queste patologie di acquisire conoscenze senza essere continuamente portati in un laboratorio per verificare il grado di apprendimento, che viene tracciato dal robot stesso, aiutando gli addetti ai lavori a verificare continuamente miglioramenti e difficoltà incontrate.
La presenza del tracciamento dei dati, infine, permetterà a medici e terapisti non solo di poter visualizzare anche i più piccoli miglioramenti, ma, comparando i dati in maniera globale, sarà possibile anche individuare schemi comportamentali che potranno essere d’aiuto per la diagnosi di questo tipo di disturbi.

 

A cura di Ilaria Marrazzo.

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L' autore

I contenuti sono a cura di Davide Emanuele Betto, architetto e docente di tecnologia presso la S. S. I “Dante Alighieri” di Catania. Il professor Betto è formatore ed esaminatore EIPASS, e webmaster del sito didattico di Tecnologia educazionetecnica.dantect.it. Ha collaborato alla stesura delle ultime edizioni dei libri di tecnologia.

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