Colture fuori terra

Abbiamo visto come l’agricoltura 4.0 nasca dall’integrazione tecnologica tra il settore primario e le nuove tecnologie per consentire di migliorare la produzione agricola, abbassare i costi e, al tempo stesso, ridurre l’impatto ambientale dei metodi di coltivazione tradizionali. Purtroppo però le previsioni per il futuro non sono molto rosee, perché, secondo fonti FAO, già oggi 800 milioni di persone soffrono la fame, ossia sono tagliate fuori dall’accesso continuo e regolare al cibo.

Sempre secondo le stesse fonti (FAO), la popolazione mondiale nel 2050 raggiungerà i 10 miliardi il che, tradotto in cifre, significherà che l’agricoltura dovrà aumentare del 70% la sua capacità produttiva per poter far fronte a questa immane quantità di bocche in più da sfamare. Questo purtroppo si scontra con i limiti fisici della natura, le tecniche di coltivazione attuali e la disponibilità di aree coltivabili risultando, inoltre, insostenibile per l’ambiente.

In questo quadro diventa necessario sviluppare nuovi modi di fare agricoltura e quelle che oggi sembrano inserirsi perfettamente in questa prospettiva sono quelle definite fuori suolo come le colture idroponiche ed acquaponiche. In molti pensano che queste contribuiranno alla soluzione del problema alimentare rispondendo tra l’altro efficacemente ai 17 obiettivi posti dall’Agenda 2030 dell’ONU per uno sviluppo ambientale, economico e sociale sostenibile.

La prima sfida, la più importante, era quella di trovare alternative al consumo di suolo, in molti casi non disponibile e spesso contaminato a causa dell’inquinamento da materie plastiche e combustibili fossili. In questa direzione le coltivazioni fuori suolo rappresentano lo strumento ideale tra le alternative possibili.

Le colture fuori suolo si possono suddividere in colture su substrato e colture senza substrato su un mezzo liquido. Nel primo caso la pianta affonda le radici all’interno di un substrato che può essere organico, inorganico o artificiale che viene inumidito con la linfa nutrizionale, mentre nel secondo caso le radici della pianta sono immerse direttamente nella soluzione nutrizionale. Queste ultime, prendono il nome di colture idroponiche e stanno riscuotendo grande interesse e un discreto successo soprattutto lì, dove vi è minore disponibilità di terreno coltivabile come in Olanda. Questo Paese è quello che ha investito maggiormente in questa innovazione agricola ed è anche quello che sta permettendo di verificare concretamente gli enormi vantaggi di questo sistema.

L’agricoltura idroponica viene realizzata all’interno di vasche poste normalmente in una serra, nelle quali le piante hanno le radici immerse direttamente nella soluzione nutritiva composta da acqua, contenente sali minerali e altri micro elementi. Queste soluzioni vengono realizzate attraverso processi industriali di raffinazione delle rocce soprattutto quelle fosfatiche. La caratteristica di questo tipo di coltivazione e che non c’è terra, ma un semplice substrato costituito da argilla espansa, lana di roccia, fibre di cocco o altre sostanze simili.

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L’acquaponica, invece, è una tecnica mista che mette insieme l’acqua coltura e le coltivazioni idroponiche creando una sorta di ecosistema chiuso circolare che mette insieme pesci e piante sia a scopo ornamentale che, alimentare. In pratica l’ammoniaca presente negli escrementi dei pesci viene trasformata, da alcuni batteri in nutrimento per le piante che a loro volta, purificano l’acqua nella quale vivono i pesci. Questo processo naturale, basato sulla collaborazione tra piante, pesci e batteri, è garantito da un substrato costituito da argilla espansa o da altro materiale inerte che costituisce non solo l’ancoraggio per le piante ma il luogo dove si sviluppano i batteri che trasformeranno poi l’ammoniaca in nutrimento per le piante.

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Lo sviluppo di queste tecniche ha consentito, o meglio, sta consentendo la nascita di una nuova metodologia chiamata Urban farming ossia la creazione di fattorie agricole urbane. Nel 2030 il 60% della popolazione mondiale vivrà nelle città che, rappresenteranno la maggior causa di inquinamento, per cui lo sviluppo di coltivazioni insieme al verde urbano, consentiranno di abbattere, assorbendola, buona parte della CO2 prodotta dalla stessa città rendendo in questo modo lo spazio antropizzato più bello, ma anche più salubre.

I vantaggi offerti dalle coltivazioni fuori terra sono molteplici. Ad esempio si hanno rese elevatissime per metro quadrato e tempi molto rapidi di crescita; riduzione dell’uso del suolo; indifferenza alle condizioni climatiche; possibilità di variare il tipo di coltivazione in base alle reali necessità; riduzione nell’uso di diserbanti chimici; risparmio idrico compreso tra l’80 e il 90% rispetto ai metodi tradizionali.

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