I Robot d'arte: Le origini dell'arte cyber

Quando parliamo di robot, robotica, intelligenza artificiale, sensori, parliamo certamente di tecnologia e della sua evoluzione, considerando tutto ciò che ruota attorno a questo settore, con un ragionamento mendoso, adatto a personale specifico, rivolto ad esperti o ad appassionati, e comunque legato strettamente ad elaborazioni teoriche e pratiche di natura scientifica.

Dal greco "tékhne-logìa", letteralmente " trattato sistematico su un'arte ", la tecnologia è etimologicamente molto più di quanto è noto e, in particolar modo la robotica, che risulta nell’immaginario comune agli antipodi rispetto all’arte; fredda quasi quanto il metallo di cui spesso i dispositivi sono costituiti.
Di altro avviso fu invece Nicolas Schӧffer, artista ungherese di adozione francese, che diede vita alla fine degli anni ‘50 ad un filone d’arte cibernetica dove la robotica diviene fonte di dialogo diretto tra l’opera e lo spettatore. Un’arte dove l’opera è “cosciente” del mondo che la circonda, è cangiante e attiva, è osservata ed osserva essa stessa con un continuo cambio di prospettiva, quasi a confondere i piani tra spettatore e spettacolo. Il titolo della sua prima opera, CYSP, datata 1956, nasce dalla sincrasi di cybernetics e di spatiodynamisc ad intendere proprio un’opera che grazie alla cibernetica riesce ad essere dinamica e mutevole nello spazio. Schӧffer si inserisce nella più ampia corrente di arte cinetica dove l’oggetto d’arte non è più statico ed immutabile, ma pone in continua relazione spazio e tempo rintracciando in quest’ultimo una quarta dimensione della realtà.

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L’istallazione è totalmente autonoma, riesce a spostarsi grazie a quattro rulli inseriti al di sotto della base e a comunicare con gli spettatori grazie ai sensori, che gli consentono, insieme ad un centro elettronico, di gestire suoni, luci e movimenti, generati non in modo ciclico ma a seconda dell’interazione che lo spettatore ha con l’opera. Le 16 piastre policrome di cui è costituita prevedono ciascuna un motore che ne permette il movimento singolo, inoltre l’integrazione di celle fotoelettriche e di un microfono consentono alla scultura di percepire le variazioni di intensità luminosa, di colore e di suono. Dunque lo spettatore, al variare di alcuni parametri, avrà una risposta dall’opera, in un continuo dialogo con essa sempre diverso ed imprevedibile.

Questo nuovo modo di fare e di concepire l’arte coinvolse anche il balletto ed il teatro che integrarono l’opera all’interno di uno spettacolo più ampio, rendendo per la prima volta la scultura un’arte attiva e trasformando lo stesso spettatore in artista.
L’opera ha viaggiato in tutto il mondo ed è stata esposta in alcuni tra i più grandi musei come l’Istitute of contemporary art in Inghilterra e il Louvre in Francia, dove nel 2018 è stata in esposizione anche al Grand Palais.
Schӧffer mostrò come anche nelle vene della robotica, in superficie così tecnica e votata all’utilità materiale, scorre l’arte, perché tutto è arte, tutto ciò che trasmette, che coinvolge, che ispira, nulla ha un’unica funzione, nulla ha un unico significato.

 

Immagine da www.olats.org 

A cura di Ilaria Marrazzo.

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L' autore

I contenuti sono a cura di Davide Emanuele Betto, architetto e docente di tecnologia presso la S. S. I “Dante Alighieri” di Catania. Il professor Betto è formatore ed esaminatore EIPASS, e webmaster del sito didattico di Tecnologia educazionetecnica.dantect.it. Ha collaborato alla stesura delle ultime edizioni dei libri di tecnologia.

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