I sentimenti dei robot

Le emozioni sono parte fondante e fondamentale dell’essere umano, che riesce a comunicare anche solo tramite espressioni facciali, sguardi e gesti ciò che pensa, o meglio ciò che “sente”. Cartesio associò le emozioni ad un primordiale “esprit de bête”, un retaggio animale che nulla aveva a che fare con il cogito più squisitamente cerebrale. Questo dualismo filosofico venne studiato e approfondito dalla scienza di Darwin che imputò alle emozioni non solo un carattere adattativo, e quindi legato ad una comunicazione non-verbale, ma anche fisiologico e dunque automatico, strettamente associabile all’istinto di sopravvivenza e alla necessità di processare e di trasmettere un’informazione il più velocemente possibile.
Un così complesso meccanismo può essere “insegnato” ai robot?

 


A questa domanda può rispondere soltanto l’Intelligenza Artificiale, che mira a donare ai robot la capacità di agire autonomamente, analizzando le varie situazioni e rintracciando i comportamenti corretti da adoperare, come farebbe un qualsiasi essere pensante.
Come per tutti i progressi nell’ambito della robotica, anche la parte cognitiva dei robot si ispira a quella animale, indagando sui processi neuronali che stanno alla base delle emozioni fondamentali.
Numerose sono state le facoltà che hanno provato a riprodurre algoritmi capaci di permettere ai robot di “percepire” la paura, la gioia, la tristezza. Certamente il passo iniziale è quello di concedere all’automa la capacità di individuare e comprendere le caratteristiche che definiscono ed identificano chiaramente la singola emozione, per poi appropriarsene per dimostrare quegli stessi stati d’animo nei casi più opportuni, e dunque è anche necessario che capisca: quando dovrà avere paura? e quando gioia? Tutti questi processi sono già stati applicati e ad oggi esistono diversi artefatti in grado di mostrare e percepire le emozioni, come Pepper, che riesce ad intrattenere un dialogo con le persone, a ricordarsi di loro, a dare soluzioni ai problemi, ma anche ad essere a suo modo empatico, valutando l’espressione facciale dell’interlocutore.

 

 

Questa però risulterebbe essere semplicemente una mera imitazione del comportamento umano, ma è solo l’inizio.
A tal proposito un gruppo di ricercatori dell’Università Federico II di Napoli in collaborazione con i colleghi della University of Plymouth della Gran Bretagna, hanno valutato l’evoluzione comportamentale avvenuta nel mondo animale a seguito della comprensione e della successiva reazione agli stimoli esterni. Hanno poi sottoposto i robot a svariati input percepibili come pericolo ed atteso il comportamento dell’automa che, prevedibilmente, è stato quello di allontanamento dalla minaccia. Quindi, grazie all’intelligenza Artificiale, i robot sono in grado di percepire e di reagire ad uno stimolo esterno.
Ma l’obiettivo finale non è assolutamente raggiunto, i ricercatori lavorano su un’intelligenza artificiale che permetta ai robot di valutare le situazioni di pericolo e di evolvere il proprio comportamento tenendo conto delle esperienze pregresse per poterlo eludere o affrontare, a seconda delle proprie capacità, generando quindi una sorta di autocoscienza.
Il percorso della robotica e dell’Intelligenza Artificiale ha ancora tantissime tappe da raggiungere, ma ad oggi quello che sembra qualcosa di fantascientifico è già realtà, e probabilmente con l’evoluzione di un super cervello artificiale non distingueremo più gli esseri umani dai robot, o forse lo faremo, perché abbiamo perso la voglia di imparare mentre loro vogliono ancora scoprire.

 

A cura di Ilaria Marrazzo.

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L' autore

I contenuti sono a cura di Davide Emanuele Betto, architetto e docente di tecnologia presso la S. S. I “Dante Alighieri” di Catania. Il professor Betto è formatore ed esaminatore EIPASS, e webmaster del sito didattico di Tecnologia educazionetecnica.dantect.it. Ha collaborato alla stesura delle ultime edizioni dei libri di tecnologia.

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