…finché si scoprì che erano gli uomini ad aiutare le macchine

“Vivo o morto tu verrai con me”. Chi non ricorda la frase di uno dei cyborg più famosi della storia del cinema. Un giovane poliziotto, morto in servizio, viene riportato a “nuova esistenza” grazie all’impianto di protesi meccaniche.

Alla fine degli anni ’80 il mito di Robocop è fantascienza, oggi è scienza.
Quell’utopia, infatti, diviene realtà grazie alla continua ricerca in campo biorobotico.
Arti perduti e sostituiti da sofisticati dispositivi sempre più leggeri, sempre meno invasivi; sensori che consentono il riaffermarsi dell’antica percezione del toccare, del camminare, dell’ascoltare.
La parola cyborg nasce dalla sincrasi tra cybernetic ed organism, e dunque rappresenta un organismo cibernetico, ma nella realtà questo non significa necessariamente che sia l’organismo biologico ad avere necessità di componenti artificiali.
E se fossero le macchine ad avere bisogno dell’uomo?
L'International Research Center for Neurointelligence, l'Institute of Industrial Science dell'Università di Tokyo e il Department of Mechanical Engineering dell'Università Keio, coordinati dal Professore Shoji Takeuchi, sono riusciti ad integrare su uno scheletro metallico, che ripropone due dita di una mano, tessuti muscolari viventi, permettendo all’arto stesso movimenti naturali quasi quanto un arto umano.
Non parliamo però di un Frankestain dei giorni d’oggi; il muscolo non è stato sottratto ad un essere vivente, bensì generato all’interno di un liquido definito idrogel dove sono state immerse delle cellule embrionali muscolari, mioblasti, disposte secondo l’andamento desiderato.

 

uomini macchine

Il primo sistema ibrido generato che ha ottenuto un così largo successo. 
Dalle prove di laboratorio, infatti, la muscolatura, più resistente dell’omonima meccanica, risulta possedere anche una maggiore elasticità, che consente movimenti più fluidi. 
Le prime attività delle super dita? Infilare un anello e spostare una cornice.
Quali potranno essere i benefici? Dobbiamo davvero iniziare a pensare ad un futuro in cui si può nascere umani per poi trasformarsi in robot e si può nascere robot per poi diventare umani?
Certamente il nostro primo sguardo è rivolto alla miriade di applicazioni in campo medico a cui, tale innovazione, non farà altro che apportare beneficio.
Ma il dilemma etico sussiste; fino a che punto è giusto spingersi affinché la ricerca generi prodotti che siano di supporto al genere umano e non un possibile punto di partenza per la sua estinzione?
Aleggia dunque lo spettro di Asimov e la necessità, come in tutto, di porre delle regole che possano tutelare gli uomini senza limitare le grandi scoperte e le invenzioni.
Ed a questo punto, in un futuro non troppo lontano, anche le antiche favole si adatteranno al presente, ed il piccolo Pinocchio, aiutato dalla Dott.ssa Turchina, forse non dovrà aspettare di essere buono per diventare un bambino.

 

Immagini da scienze.fanpage.it  

 

A cura di Ilaria Marrazzo.

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L' autore

I contenuti sono a cura di Davide Emanuele Betto, architetto e docente di tecnologia presso la S. S. I “Dante Alighieri” di Catania. Il professor Betto è formatore ed esaminatore EIPASS, e webmaster del sito didattico di Tecnologia educazionetecnica.dantect.it. Ha collaborato alla stesura delle ultime edizioni dei libri di tecnologia.

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